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E cosi il dovere, la morale, l’immoralità e l’amoralità, la giustizia, la carità, l’europeo, l’americano, il giorno e la notte, le mogli, le fidanzate e le amiche, l’esercito e la banca, la bandiera e l’oro statunitense o moscovita, l’arte astratta o la battaglia di Caseros divenivano come denti o capelli, qualcosa d’accettabile e fatalmente incorporato, qualcosa che non si vive né si analizza perché é cosi, e ci integra e completa e irrobustisce. Julio Cortázar, Rayuela

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giovedì, 19 giugno 2008

Manifesto femminista alla sinistra (Liberazione, 19 giugno 08)

(...mi sembra interessante, e sicuramente non scontato...)



Manifesto femminista alla sinistra del "gruppo del mercoledì" (Roma)



Costitutiva della sinistra è la soggettività femminile, assunta come fondante la sua prima ragione d'essere.

NO allo sfruttamento nelle fabbriche e per la strada

NO alla vita senza i viventi

NO alla rapina della terra e dell'acqua

NO alla discriminazione in ogni luogo, di ogni tipo, per ogni motivo

NO agli Angelus della domenica, come italiane dimostrazioni politiche di piazza... Perché, allora, gli altri nel mondo che non hanno San Pietro a Roma, sarebbero svantaggiati

NO all'indifferenza per i deboli

NO all'indignazione degli intellettuali schifiltosi

NO alla vanagloria degli impotenti

NO all'improvvisazione dell'ultim'ora

NO alla malinconia

NO a: Io, da solo o da sola, ce la faccio meglio, perché non è vero

NO a chi decide sulle vite degli altri

NO al: ... niente vale la pena tanto i giochi sono tutti già fatti chissà dove...

NO alle promesse mancate

NO agli inganni e alle bugie perché uccidono come, e a volte, più delle armi

NO all'intelligenza delle bombe

NO al male. Di più, se nascosto nei sorrisi accattivanti

NO alle cose fatte senza piacere

NO alla mancanza di talento

NO all'artificio e alla rappresentanza senza anima

NO a ................................................



SI' al coraggio. Misurato nella lotta. Per ogni piccolo giorno guadagnato di esistenza libera.

SI' a .................................................



Istruzioni per l'uso: puoi togliere o mettere i tuoi NO o i tuoi SI'.

Puoi contattare l'indirizzo mail: vulterini@tiscali.it

Puoi rispondere a Rosetta Stella , piazza Cavour 3 - 00193 Roma

postato da: ClaraB alle ore 08:52 | link | commenti (1)
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lunedì, 09 giugno 2008

Ho paura, dunque esisto (di Paolo Persichetti)

Dal vecchio penso dunque sono cartesiano siamo passati al più prosaico ho paura dunque esisto. Sembra quasi d’essere tornati ad uno dei precetti dell’empirismo che riduceva l’essere alla sua capacità di percepire, esse est percipi. Secondo questa scuola filosofica la realtà non ha vita in sé, non prescinde dalla nostra capacità percettiva ma esiste soltanto per il mezzo della nostra conoscenza. La percezione non è dunque lo strumento che ci consente di entrare in relazione con la realtà circostante ma ciò che l’inventa, la costruisce, la crea. Da qui il passo molto breve verso una concezione meramente soggetivistica del mondo.

È un po’ quel che accade oggi con questa storia dell’insicurezza percepita. La realtà, nel nostro caso il fatto sociale, non esiste, o meglio esiste soltanto in quanto vi è la capacità di percepirlo, di rercepirlo molto male sarebbe il caso di aggiungere come dimostra l’ennesimo sondaggio sulla “paura percepita” dagli italiani, pubblicato dalla Repubblica di ieri con il commento di Ilvo Diamanti.

Nulla di nuovo: nonostante il decremento degli omicidi, delle rapine e delle violenze registrato nell’ultimo decennio nel nostro Paese, 9 italiani su 10 sono persuasi che la criminalità sia in aumento. Approfondendo meglio l’analisi ci si accorge che lì dove sono maggiori gli indici di sicurezza, cioè minore il numero di reati consumati e più alto il livello di sicurezza sociale (tutele, previdenza, welfare, buona amministrazione), corrisponde paradossalmente un’amplificazione dell’allarme sociale. La paura è dunque un grande fantasma collettivo, un elemento immaginifico, una sindrome del mentale, una psicopatologia sociale. Questo panico innesca a sua volta una spirale perversa fatta d’effetti d’annuncio repressivi da parte delle autorità di governo locale e centrale, miranti a rassicurare l’opinione pubblica, col risultato di suscitare un effetto d’accredito della paura e del suo fondamento reale. Le politiche penali rispondono spesso ad imput di natura politico-ideologica che risentono del contesto storico, di quella che è la soglia di legalità tollerata dalla società in un momento dato, seguendo una direzione opposta all’andamento dei reati denunciati. Per ragioni diverse l’attenzione degli organi repressivi dello Stato può attenuarsi oppure rivolgersi verso altri fenomeni. Come spiega Salvatore Verde nel suo, Massima sicurezza. Dal carcere speciale allo stato penale (Odradek), nel 1990 il numero degli omicidi, dei sequestri e dei furti subisce un notevole incremento rispetto al quinquennio precedente ma in compenso le persone denunciate all’autorità giudiziaria si dimezza passando da quasi 700 mila a 350 mila.

Ciò che abbiamo di fronte è una profonda mutazione antropologica. I miti contrattualistici del passato ci hanno tramandato una concezione della paura che cercava risposte politiche attraverso la fondazione di patti fondativi. La liberazione della paura stava alla base del contratto che sorreggeva l’adesione alla comunità. Ciò non eliminava le asperità. Al contrario la società era animata da uno spietato ma ancora creativo conflitto tra capitale e lavoro. Nella paura di oggi, invece, c’è un risentimento torvo che ha bisogno di designare un nemico, un colpevole tra noi. È una passione triste. Si è persa la voglia di progettare, di costruire percorsi, di perlustrare il nuovo. La ricerca di capri espiatori è tornata la soluzione più semplice. L’orgasmo triste della vendetta incarognita, la libidine impotente della cattiveria antropologica sono diventati il viatico di una competizione vittimaria che si avvita su se stessa alla ricerca di un appagamento che non verrà mai.


postato da: ClaraB alle ore 19:33 | link | commenti
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domenica, 08 giugno 2008

Marche de nuit/manifestazione femminista 14 giugno

Manifestazione femminista contemporanea a Bologna e a Parigi...non posso esserci purtroppo ma vorrei tanto!

Il blog femminista di FLAT http://flat.noblogs.org/

Il blog della Marche de Nuit http://marchedenuit2008.blogspot.com/marche

postato da: ClaraB alle ore 18:13 | link | commenti
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L'Europa dell'Apartheid - intervista a Balibar

Ho dei dubbi sull'analisi relativa al "nazionalismo di sinistra" e sul ruolo della UE, ma l'intervista è interessante...C.



dal manifesto del 06 Giugno 2008


L'Europa DELL'APARTHEID

ÉTIENNE BALIBAR: «GLI IMMIGRATI CAPRI ESPIATORI»

«Si è cittadini europei per diritto genealogico. Gli immigrati, ventottesima nazione fantasma, sono degli esclusi. Il razzismo è specchio dell'ostilità tra europei. Le colpe del nazionalismo di sinistra»

Teresa Pullano

È pessimista sull'avanzata delle destre, anche estreme, in Europa. E sul fatto che i cittadini dell'Unione desiderino realmente la democrazia. Ma si affida a Gramsci per dire che in questo momento bisogna avere l'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Confessa che oggi non direbbe no ad un referendum sulla Costituzione europea. E pensa che nei confronti degli immigrati, il «ventottesimo stato dell'Ue», esista una vera e propria «apartheid europea», in cui il razzismo rispecchia i conflitti interni tra gli stessi cittadini comunitari. Conflitti dei quali i migranti rappresentano solo il capro espiatorio. Incontriamo Étienne Balibar, filosofo della politica e intellettuale critico della costruzione europea, di passaggio a Roma per alcune conferenze proprio mentre divampa in Italia un clima xenofobo e razzista.



In Italia ha vinto la Lega sulla base della difesa del territorio, perfino i movimenti pensano di ripartire dallo stesso principio, sia pur declinato in maniera opposta. Forse che in Europa il principio del territorio si sta sostituendo a quello di nazione?



Quello del territorio è un concetto plastico che non ha un referente univoco.Leggevo qualche giorno fa un editoriale del manifesto sulle violenze al Pigneto: si faceva una critica, giustificata ma che non offre una soluzione immediata, del modo in cui tende a svilupparsi un mito del microterritorio che fa sì che gli abitanti di un quartiere o di una regione si percepiscano come difensori di uno spazio minacciato da cui espellere tutti gli stranieri. È la prova che la nozione di territorio può funzionare a vari livelli. Nelle periferie francesi le guerre tra bande di giovani proletari immigrati, disoccupati e non scolarizzati sono anch'esse dei fenomeni di difesa del territorio nel senso fantasmatico del termine. È a questo livello che bisogna proporsi non solo una critica della nozione di territorio, ma una vera politica d'apertura o di deterritorializzazione dell'appartenenza comunitaria. La sacralizzazione dei piccoli territori può essere molto violenta ma è limitata. Ciò che preoccupa è la generalizzazione di questi fenomeni su una scala più ampia. Si è verificato con il fascismo, che era una trasformazione immaginaria del territorio nazionale in proprietà di un popolo o di una razza. Ci sarebbero delle conseguenze disastrose se questo fenomeno si sviluppasse nell'insieme dell'Europa, in particolar modo su base culturale, come sembra suggerire Benedetto XVI, quando sostiene che essa è un territorio cristiano e di conseguenza i musulmani sono dei corpi estranei.







Possiamo dunque concludere che il principio di territorialità può essere la base di una cittadinanza europea?



La costruzione europea ha una base territoriale per definizione, ma a seconda se la concepiamo come fissa o evolutiva, come chiusa o aperta, si apre una direzione storica diversa. Oggi il territorio non è la base della cittadinanza europea, ma dovrebbe diventarlo. Quella che definisco come una vera e propria «apartheid europea» è data dal fatto che è cittadino europeo solo chi ha la nazionalità di uno degli Stati membri. Gli immigrati stabilitisi da una o più generazioni sul suolo europeo sono la ventottesima nazione fantasma dell'Ue e costituiscono circa un ottavo della sua popolazione. Non sono semplicemente persone che in Francia non sono francesi, in Germania non sono tedeschi o in Italia non sono italiani. È a livello dell'intera Europa che gli immigrati sono degli esclusi, a maggior ragione con la libera circolazione all'interno delle frontiere europee. L'allargamento dell'Unione europea produce forme qualitativamente nuove d'esclusione. Il diritto alla cittadinanza europea non è territoriale: è genealogico. Nella maggior parte degli stati membri la nazionalità si acquisisce con lo jus soli, ma a livello dell'insieme dell'Europa la cittadinanza è genealogica nel senso dell'appartenenza originaria alla nazione. Questo evoca dei ricordi e pone problemi inevitabili. Ci sono delle analogie tra lo sviluppo di quest'esclusione e il fatto che nella storia ci sono state e ci sono sempre, almeno a livello simbolico, delle popolazioni transnazionali trattate come nemici interni o corpi estranei alla civiltà europea. È stato il caso degli ebrei; oggi non lo è più. Rimane il caso dei rom. Il fenomeno di cui parlo è tuttavia molto più vasto.







Oggi in Europa non si sentono istanze di partecipazione dal basso a livello comunitario, mentre nei singoli stati le istanze di partecipazione si esprimono in un linguaggio nazionalistico e identitario. Che rapporto vede fra queste due tendenze?



La domanda di partecipazione a livello locale e la domanda di controllo popolare a livello nazionale e sovranazionale non si escludono. Forse c'è bisogno di un'accelerazione delle cose perché i cittadini ne prendano coscienza. La responsabilità di questa situazione è da attribuire alle istanze intermedie, come i partiti politici, che oggi sono drammaticamente assenti e ci si dovrebbe chiedere il perché. Secondo Gramsci, le istanze intermedie sono la trama statale del funzionamento della società civile e, reciprocamente, i conflitti della società civile si traspongono nella struttura dello stato. Le costituzioni nate dalla resistenza in Francia e in Italia infatti affidano ai partiti il ruolo di costituire l'opinione pubblica. Dove sono oggi i partiti politici in Europa?







La legittimità degli Stati nazionali e quella dell'Unione europea secondo lei vanno di pari passo?



Il momento attuale è caratterizzato, in modo preoccupante, da una perdita di legittimità democratica degli Stati nazione e da una diminuzione della legittimità del progetto politico europeo. Non si tratta di assumere una posizione di difesa della sovranità nazionale, al contrario. Io adotto la definizione di legittimità di Max Weber, che mi pare vicina al concetto foucaultiano di potere: una nozione pragmatica e realista che si articola in termini di probabilità, d'obbedienza al potere pubblico e dunque d'efficacia di questo stesso potere. Da questo punto di vista, non possiamo ritornare indietro rispetto a quel poco di struttura politica che esiste su scala europea, ma siamo obbligati a progredire. Ne consegue che la legittimità delle istituzioni europee è diventata una condizione di legittimità delle istituzioni nazionali stesse. Non tarderemo a vedere concretamente gli effetti di questa relazione, che si manifesteranno con forza man mano che le difficoltà economiche e sociali legate agli choc petroliferi si ripercuoteranno in Europa. Solo delle politiche europee comuni hanno una minima possibilità di essere efficaci di fronte a questo tipo di situazione, ma devono essere approvate dai cittadini degli Stati nazionali, che rimangono la fonte ultima di legittimità.















Intanto in Europa assistiamo a una crescita delle destre, anche quelle più estreme. Perché, secondo lei?



In questo momento sono pessimista e mi riconosco nella massima di Gramsci dell'ottimismo della volontà e pessimismo della ragione. Per principio le situazioni difficili sono quelle in cui bisogna immaginare delle soluzioni e delle forme d'azione collettiva e non lasciarsi andare a seguire la tendenza naturale delle cose. I sistemi politici relativamente democratici nei quali viviamo o abbiamo vissuto sono in questo momento gravemente minacciati ed indeboliti. Ai miei occhi, i problemi del nazionalismo e dell'avanzamento della destra non coincidono. Tra le due correnti ideologiche ci sono delle interferenze molto forti, ma esse non si riducono l'una all'altra. Il nazionalismo nei vari Paesi europei non è monopolio della destra. Faccio parte - lo devo confessare, ma i lettori del manifesto lo sanno - delle persone che tre anni fa in Francia hanno votato «no» al referendum sulla costituzione europea. Ho creduto di farlo per ragioni che non erano né di destra né nazionaliste. Sono oggi costretto a constatare che questa scommessa è stata persa e che l'aspetto transnazionale e il richiamo a un federalismo europeo sono stati completamente neutralizzati da una dominante nazionalista a sinistra, o meglio nella vecchia sinistra. Ciò che è inquietante è la convergenza del nazionalismo di destra e del nazionalismo di sinistra. I suoi effetti si fanno sentire a livello dei governi nella forma di un sabotaggio permanente delle politiche europee comuni. Ma la convergenza tra le due forme di nazionalismo a livello dell'opinione pubblica e dell'ethos delle classi popolari in Europa è ancora più preoccupante. Meno gli stati nazionali sono capaci di rispondere alle sfide economiche, sociali e culturali del mondo contemporaneo, più i discorsi populisti e nazionalisti fanno presa su una parte delle classi popolari in Europa. Bisogna interrogarsi sulle cause strutturali di questa situazione, non ci si può accontentare del discorso elitista dell'ignoranza del popolo. Di certo è una situazione molto pericolosa per il futuro della democrazia in Europa, senza parlare delle conseguenze sullo sviluppo del razzismo.







Lei parla di un nazionalismo di sinistra. Si può dire che la sinistra oggi pensi da un lato lo spazio mondiale e dall'altro quello nazionale, e sia perciò incapace di vedere quello europeo come uno spazio eterogeneo rispetto agli altri due? È forse un lascito dell'internazionalismo di Marx?



Calandoci nell'epoca in cui Marx ha scritto, potremmo dire esattamente il contrario. Il pensiero di Marx era legato a un momento rivoluzionario che investiva l'Europa intera. Rileggendo gli articoli di Marx del 1848, vediamo che il nazionalismo democratico si allea con il socialismo e le prime forme di lotta di classe. In quel momento Marx e Engels hanno probabilmente pensato che una repubblica democratica europea o un'alleanza di repubbliche democratiche europee era al contempo la forma nella quale si preparava o poteva realizzarsi il superamento del capitalismo. Oggi la situazione è diversa e il senso di parole come nazionalismo si è ribaltato. È vero che certe forme di anticapitalismo teorico, che pescano in parte nell'eredità di Marx e che io non disprezzo ma trovo un po' arcaiche ed unilaterali, trascurano il problema della politica europea. La prospettiva altermondialista ha tuttavia il vantaggio di affermare che pensare l'Europa come uno spazio chiuso è illusorio. Al contempo, le costituzioni democratiche sono radicate nella risoluzione dei conflitti storici passati. Costruire uno spazio politico europeo è importante perché dobbiamo ricomporre il nostro passato a livello continentale: una cultura politica comune deve emergere dalle differenze culturali e storiche dell'Europa. Vi è un legame profondo tra la mancata rielaborazione del nostro passato e l'immigrazione. Gli immigrati sono i capri espiatori dell'ostilità fra gli europei. E' la loro stessa incapacità di pensarsi come un'unità che impedisce agli europei di trattare il problema dell'immigrazione in termini progressisti. I francesi non vi diranno mai che detestano i tedeschi o gli inglesi che non possono sopportare l'idea di formare un popolo comune con gli spagnoli, però questa diffidenza non è stata superata, anzi si è rafforzata con l'allargamento dell'Europa ad Est.







La Costituzione europea è stata affossata, ma in parte viene recuperata con il Trattato di Lisbona. Come giudica la strategia dei leader politici europei di procedere comunque, nonostante il rifiuto dei cittadini dell'Unione?



Non m'interessa, dubito che gli stessi leader europei ci credano loro stessi. Possiamo invece tornare sulla questione del rifiuto del Trattato europeo. I casi francese ed olandese, come ha scritto Helmut Schmidt su Die Zeit, non erano isolati. Il malessere era generale. Questo malessere resta da interpretare e analizzare ed è sempre d'attualità. All'epoca ho difeso la posizione un po' troppo idealista, che oggi non sosterrei più allo stesso modo, secondo la quale la Costituzione europea non era abbastanza democratica. Pensavo che essa non presentasse una prospettiva sufficientemente chiara di progresso generale della democrazia per l'insieme del continente. Tendevo dunque a considerare che la sola possibilità, molto fragile, per l'Europa di diventare uno spazio politico nuovo e superiore al vecchio sistema degli stati-nazione e delle alleanze nazionali, era di apparire come un momento di creazione democratica. Continuo a pensarlo, ma c'è qualcosa d'idealista in questo modo di vedere le cose che la realtà attuale ci obbliga a guardare in faccia. L'idealismo consiste nell'immaginare che le masse vogliano la democrazia, mentre purtroppo siamo in un periodo molto difficile e conflittuale. Ci sforziamo di aprire nuovamente delle prospettive democratiche a livello transnazionale, però allo stesso tempo dobbiamo provare a trovare i mezzi di resistere passo per passo all'avanzata del populismo e del nazionalismo nei paesi europei.








postato da: ClaraB alle ore 18:03 | link | commenti
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sabato, 31 maggio 2008

Razzismo di massa

Siamo persone - storici, giuristi, antropologi, sociologi e filosofi - che da tempo si occupano di razzismo. Il nostro vissuto, i nostri studi e la nostra esperienza professionale ci hanno condotto ad analizzare i processi di diffusione del pregiudizio razzista e i meccanismi di attivazione del razzismo di massa. Per questo destano in noi vive preoccupazioni gli avvenimenti di questi giorni - le aggressioni agli insediamenti rom, le deportazioni, i roghi degenerati in veri e propri pogrom - e le gravi misure preannunciate dal governo col pretesto di rispondere alla domanda di sicurezza posta da una parte della cittadinanza. Avvertiamo il pericolo che possa accadere qualcosa di terribile: qualcosa di nuovo ma non di inedito.

La violenza razzista non nasce oggi in Italia. Come nel resto dell'Europa, essa è stata, tra Otto e Novecento, un corollario della modernizzazione del Paese. Negli ultimi decenni è stata alimentata dalla strumentalizzazione politica degli effetti sociali della globalizzazione, a cominciare dall'incremento dei flussi migratori e dalle conseguenze degli enormi differenziali salariali. Con ogni probabilità, nel corso di questi venti anni è stata sottovalutata la gravità di taluni fenomeni. Nonostante ripetuti allarmi, è stato banalizzato il diffondersi di mitologie neo-etniche e si è voluto ignorare il ritorno di ideologie razziste di chiara matrice nazifascista. Ma oggi si rischia un salto di qualità nella misura in cui tendono a saltare i dispositivi di interdizione che hanno sin qui impedito il riaffermarsi di un senso comune razzista e di pratiche razziste di massa.

Gli avvenimenti di questi giorni, spesso amplificati e distorti dalla stampa, rischiano di riabilitare il razzismo come reazione legittima a comportamenti devianti e a minacce reali o presunte. Ma qualora nell'immaginario collettivo il razzismo cessasse di apparire una pratica censurabile per assumere i connotati di un «nuovo diritto», allora davvero varcheremmo una soglia cruciale, al di là della quale potrebbero innescarsi processi non più governabili.

Vorremmo che questo allarme venisse raccolto da tutti, a cominciare dalle più alte cariche dello Stato, dagli amministratori locali, dagli insegnanti e dagli operatori dell'informazione. Non ci interessa in questa sede la polemica politica. Il pericolo ci appare troppo grave, tale da porre a repentaglio le fondamenta stesse della convivenza civile, come già accadde nel secolo scorso - e anche allora i rom furono tra le vittime designate della violenza razzista. Mai come in questi giorni ci è apparso chiaro come avesse ragione Primo Levi nel paventare la possibilità che quell'atroce passato tornasse.





Etienne Balibar, Alberto Burgio, Carlo Cartocci, Tullia Catalan, Enzo Collotti, Alessandro Dal Lago, Giuseppe Di Lello, Angelo d'Orsi, Giuseppe Faso, Mercedes Frias, Gianluca Gabrielli, Clara Gallini, Pupa Garribba, Francesco Germinario, Patrizio Gonnella, Maria Immacolata Macioti, Brunello Mantelli, Giovanni Miccoli, Giuseppe Mosconi, Grazia Naletto, Michele Nani, Salvatore Palidda, Giovanni Pizza, Pier Paolo Poggio, Enrico Pugliese, Anna Maria Rivera, Rossella Ropa, Emilio Santoro, Katia Scannavini, Renate Siebert, Ciro Tarantino, Giacomo Todeschini, Nicola Tranfaglia, Fulvio Vassallo Paleologo, Danilo Zolo





Per adesioni: razzismodimassa@gmail.com

postato da: ClaraB alle ore 16:30 | link | commenti (2)
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domenica, 20 aprile 2008

Dal Manifesto, il commento di Rossana Rossanda alle elezioni

note da lontano
Record italiani
Rossana Rossanda

Il fine e la fine della transizione italiana dalla prima alla seconda Repubblica consisteva dunque nel cancellare dalla scena istituzionale qualsiasi sinistra proveniente dal movimento operaio. In verità siamo approdati non a una «seconda» Repubblica, ma a un tipo di repubblica finora inesistente nell'Europa postbellica. Anche con il comunismo reale all'angolo di casa la Germania ne ha mantenuto più che un residuo nella socialdemocrazia perché se a Bad Godesberg la Spd aveva dismesso ogni idea di trasformazione anticapitalista, il conflitto sociale restava legittimato, il lavoro dipendente andava organizzato e rappresentato. Se Andrea Ipsilanti si propone, anche con difficoltà, di allearsi con la Linke, significa che il problema è del tutto aperto. Anche il Labour, finita la seduzione di Tony Blair, è in fibrillazione.
Soltanto in Italia no. Bisognava liquidare ogni rappresentanza politica del conflitto sociale, consegnandolo alle manifestazioni di piazza o a sussulti di protesta che, come tutti sanno, sono affare di polizia (un tempo dei «carabinieri a cavallo»). A questa operazione è servita una legge elettorale di cui tutti si vergognavano finché Veltroni ha capito che poteva servire all'uopo e ha deciso di «correre da solo» a costo di non vincere, tosto imitato da Silvio Berlusconi. Non ci manca che consegnare a fine mese la capitale, Roma, nelle mani di un giovane ex fascista, e tutt'altro che stupido, e segneremo il record della destra in Europa.
I politologi si rallegrano della semplificazione che ne è seguita, quattro partiti alla Camera e tre al Senato, che non più disturbati da una sinistra definita estremista e massimalista soltanto perché sollevava i suoi dubbi sui milioni di pensionati a 500 euro e i salari più bassi del continente, competeranno sulla crescita modello Montezemolo-Mercegaglia. Pd e Pdl concordano per mutare la Costituzione in senso presidenzialista, con questo interdicendone anche la prima parte, come limpidamente ha scritto Gianni Ferrara. Resta la domanda se sarà Veltroni a mangiare la Margherita alleandosi con l'Udc, o se la Margherita e l'Udc rifaranno un centro tutto democristiano sganciando Veltroni. Ma non è un dilemma appassionante. Quanto al Popolo della Libertà, sola formazione di governo in Europa che accoglie gli ex fascisti e si spartirà i ministri con la Lega di Bossi, è anch'essa un primato. L'alternanza fra costoro è garantita, dato che in tempi di vacche magre ogni governo scontenta e alla scadenza cede il posto senza grandi variazioni al suo vis-à-vis.
Il vero senso della «modernizzazione» e «semplificazione» è messo a nudo, e forse farà impressione anche ai suoi più accesi araldi. Ma se Veltroni ne è stato «l'audace artefice», non è possibile attribuire a lui solo e al marchingegno di Calderoli il precipitare d'un processo di queste dimensioni. Con quella stessa legge era passata, sia pur sul filo di lana, la maggioranza di Prodi (e resta misterioso perché Prodi, Bertinotti e Marini non si siano affrettati per prima cosa a cambiarla). Né si può ridurre alle trappole d'un sistema elettivo il fatto che i tre quarti di quello che era ancora pochi anni fa l'arcipelago a sinistra dell'Unione - e del quale Alberto Asor Rosa aveva tentato qualche coordinamento ricevendo strali da tutte le parti - nonché metà dell'elettorato stabile di Rifondazione siano confluiti nel Pd. Il quale a sua volta non è riuscito nemmeno a scalfire né il centro né la Lega. Il primo ha alle spalle la gerarchia vaticana e la seconda ci interpella con violenza: l'essere il partito più forte in città decisive del nord e il penetrare ormai anche altrove dimostra che quello che avevamo considerato una patologia parossistica e transitoria - eppure c'era chi ci aveva messo in guardia - segnala invece un radicamento politico-sociale impressionante.
Sia la ex Sinistra Arcobaleno sia la «società civile» dei territori e dei movimenti sembrano ancora una volta rispondere dividendosi, deriva classica delle disfatte. La ricerca delle colpe reciproche va a tutto vapore - non è difficile. Il tentativo di mettere al centro il che fare invece d'un regolamento dei conti sembra fallito. Nel suo piccolo, anche il gatto del lunedì ha fatto l'ennesimo plof.
Eppure quel che accade va inserito nell'onda lunga che viene dalla crisi dei comunismi e socialismi, e che la caduta del Muro di Berlino e quel che ne è seguito simboleggia nelle sue speranze e nei suoi limiti. L'obsolescenza di quella tradizione è venuta clamorosamente in luce con il movimento, davvero mondiale, del 1968, aborrito dagli stati e rimandato a un delirio di giovinezza dalla maggioranza dei suoi stessi leader. «Oublier mai '68», dimenticare il maggio, è l'eloquente titolo del volume appena uscito a Parigi di Daniel Cohn-Bendit. Ma le classi dominanti non si erano ingannate, e ne è seguita una ristrutturazione delle forme di produzione e della finanziarizzazione che non ha guardato in faccia né gli assetti della proprietà né quelli degli stati, e ha messo per così dire tutto il mondo al lavoro ai fini dell'accumulazione capitalistica. Mai è stata così estesa la proletarizzazione come ora. E però mai è stata così debole e inadeguata la sua rappresentanza politica e una ricostruzione delle forme di resistenza alla mercificazione totale del vivente. Mai proletari e dominati sono stati così privi d'un referente e d'una elaborazione a misura del cambiamento.
Usa dire da tutte le parti che l'operaio non c'è più: come se fosse mai esistito come figura sociale senza una soggettività politica collettiva. Mancandone, esso non è che alienazione pura, forza di lavoro fisico o mentale, fatica che si dibatte in un flusso accelerato di trasformazioni che non domina e che lo risucchiano. La coscienza operaia immediata non riesce a svincolarsi né dalla pressione dell'impresa a pagare il lavoro sempre meno - arrivata al culmine con l'usa e getta del precariato - né dalla perdita di fiducia che un altro sistema sia possibile. Così si spiega la deriva del comunismo italiano che pur aveva segnato felicemente per qualche decennio il paese e il formarsi e tracollare di movimenti e soggetti incapaci di egemonia. Penso alle assemblee del 1968 e 1969, al fermento degli anni '70, alle vicende dei gruppi extraparlamentari. Le tappe delle assenze o degli errori o delle colpe sono fin troppo evidenti: dall'insensato calo di Lama all'Università di Roma, finito a botte fra il servizio d'ordine del sindacato e i movimenti e l'ingloriosa cacciata del segretario della più grande confederazione sindacale italiana, alla risposta, altrettanto miope, del movimento o con il ripiegare o con le armi o con l'attacco ai garantiti, che già non lo erano più. I 35 giorni alla Fiat hanno segnato nel conflitto sociale la rotta che queste ultime elezioni segnano sulla scena politica. Poi tutto si disperde nel mutamento dell'organizzazione del lavoro e della proprietà, che oggi informano la mondializzazione e dove sono in incubazione le guerre commerciali fra i centri occidentali ed asiatici della crescita.
Nel medesimo tempo si sono andate sviluppando nel corpo sociale nuovi soggetti di protesta o affermazione che anche quando non si lasciano abbattere, come il femminismo, o diventano oggetto di rivoluzione passiva, come può accadere all'ecologia, o infine non si perdono in velleità identitarie, non sono in grado di collegarsi e anzi tendono reciprocamente a escludersi. Forse, e qui ha ragione Gramsci, i processi liberatori iniziano più dallo spirito di scissione che da una solidarietà di interessi. Ma ora come ora è la frammentazione a dominare.
Intanto, dalla fine degli anni '60 ad oggi, l'Italia è tutta attraversata dalle tensioni che si sono dispiegate, non senza morti e feriti. Ma non c'è un bilancio che dia ragione del passato per capire come reagire al presente. Sembra che ognuno abbia sofferto per conto suo. E sull'inquietudine e scontento si è venuto rigenerando uno scenario politico che nessuno di noi, neanche i più pessimisti, prevedevano. E vi galleggia sopra. Ma poi non tanto, se metà del paese gravita ormai attorno a un modello di arricchimento personale e di consumo che non esita a farsi largo a gomitate. Se la democrazia rappresentativa non produrrà mai una rivoluzione, le forme di repressione che può produrre sono molte. Non usciremo senza piaghe dai prossimi cinque anni.

postato da: ClaraB alle ore 09:13 | link | commenti
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