Nordmann, Charlotte ( a cura di) Le Foulard Islamique en Questions
Paris, éditions Amsterdam, 2004, 177 pp.
Nel marzo 2004 il parlamento francese ha approvato a larga maggioranza una legge che vieta di indossare segni religiosi ostensibili all’interno delle scuole pubbliche. La legge, tuttavia, ha fatto seguito ad una serie di
affaires mediatici che vertevano esclusivamente sulla presenza di ragazze velate nelle scuole. In un clima di tensione e polemiche, che si sarebbe aggravato di lì a poco in seguito al rapimento dei reporters francesi in Iraq, solo alcune personalità e collettivi della sinistra extraparlamentare e di reti antirazziste hanno apertamente criticato la legge, sottolineando il taglio islamofobo del dibattito che ne aveva accompagnato l’approvazione.
Semplicemente, si dice, le ragazze francesi musulmane non hanno diritto di andare a scuola
velate. Espressa con questa formula, la legge francese del 15 marzo 2004 che vieta di portare segni religiosi ostensibili all’interno delle scuole pubbliche può apparire, tutto sommato, innocua; sono vietati, infatti, oltre al velo islamico, le kippah e le croci di dimensioni
manifestamente eccessive. Nessuna discriminazione apparente, dunque. Ma se distribuiamo diversamente gli accenti, se diciamo che le ragazze francesi musulmane n
on hanno diritto di andare a scuola velate, allora la norma approvata appare in una luce diversa, mostrando tutto il portato di ingiustizia che racchiude.
La legge è stata approvata su indicazione di un rapporto emesso da una Commissione sull’applicazione del principio di laicità ( rapporto Stasi). Nel rapporto e nei media si è fatto riferimento al principio di laicità, supremo valore della Repubblica, e la legge è stata descritta come un mezzo necessario a ravvivare tale principio, per opporsi alla frammentazione sociale e ai gruppi religiosi (sottinteso: islamici) che attentano alla neutralità dello spazio pubblico francese. Le ragazze velate sarebbero vittime o complici di tali gruppi; il velo in quanto segno ostensibile turberebbe lo spazio neutrale per eccellenza, la scuola. La laicità si esprime quindi nella neutralità della scuola, nel non accettare un segno quale il velo, indice di “comunitarismo” e di oppressione femminile. La laicità, è stato ripetuto, assicura l’ uguaglianza tra uomini e donne, e il velo deve essere bandito per riaffermare tale uguaglianza. Le ragazze di origine magrebina, sottoposte all’oppressione delle famiglie e all’ambiente sessista delle periferie in cui abitano, trovano nello Stato, che garantisce la neutralità dello spazio scolastico, un supporto per integrarsi ed emanciparsi.
La raccolta di saggi qui presentata è un tentativo di complicare il quadro e di mettere in discussione gli assiomi veicolati dal rapporto Stasi e dai media. A cominciare dal titolo, che usa volontariamente la parola
foulard per mostrare l’uso comune e quotidiano del copricapo capace di suscitare nel panorama francese un vero e proprio fenomeno di
isteria politica (Emmanuel Terray). Il
Foulard (islamique) diventa allora un foulard tra i tanti possibili, e questo non per fermarsi a facili celebrazioni di multiculturalismo, ma per mostrare come il velo abbia molteplici significati soggettivi per coloro che lo indossano, aldilà del fatto di essere un simbolo di differenziazione tra i sessi. Si cerca in questo modo di interrogarsi sulla
agency delle ragazze francesi musulmane velate, descritte alternativamente come complici o come vittime , in ogni caso come oggetto di manipolazione da parte di gruppi fondamentalisti “oscuri”, pronti a calare sulla metropoli dalle periferie-ghetto impregnate di tradizionalismo e sessismo.
La soggettività delle ragazze scompare dietro al velo, che sembra dover stabilire una sola alternativa possibile, quella tra alienazione e fondamentalismo. (Sidi Mohammed Barkat) L’immagine della ragazza velata permette cosí di stigmatizzare l’intera categoria dei francesi musulmani di origine magrebina, indicandoli come la fonte di ogni sessismo (
L’alterità degli altri, sessisti, è confermata, mentre la nostra assenza di sessismo è confermata dall’alterità dei sessisti. Come volevasi dimostrare, scrive Christine Delphy) e legittimandone la collocazione in una sorta di confine interno della cittadinanza. Già dalle prime polemiche sul velo nelle scuole scatenatesi nel 1989, Pierre Bourdieu scriveva infatti che la domanda evidente « Bisogna accettare il velo islamico nelle scuole ?» nascondeva in realtà la domanda latente « Bisogna accettare gli immigrati di origine nord-africana in Francia? »
Il punto è che le ragazze velate scontano non solo la
colpa genetica associata all’immigrazione ( si parla infatti di immigrati di
seconda, terza generazione), ma anche il peso di un immaginario sull’immigrazione fortemente legato al colonialismo e al sanguinoso processo di decolonizzazione dell’Algeria. Il richiamo all’Algeria si ritrova in molti interventi del volume, che mostrano il rapporto tra rappresentazioni coloniali ed immigrazione, nel momento in cui i francesi e le francesi di origine nord-africana continuano ad essere cittadini di serie b, indigeni dei quartieri cosiddetti “a rischio”, che la Repubblica francese deve continuamente riconquistare, e per cui mobilita esperti di
banlieulogie.( Charlotte Nordmann e Jerome Vidal); il comunitarismo deriva allora da un’etnicizzazione della vita sociale, e da una diversità culturale che si colloca in un contesto inegualitario. (Saïd Bouamama); perché d’altronde legiferare per 150 casi di ragazze velate all’anno in tutta la Francia, se le donne delle pulizie velate negli uffici pubblici non hanno mai scandalizzato nessuno? Perché i musulmani e le musulmane francesi sono accettati solo se si attengono ad una posizione inferiorizzata, evitando di rivendicare un ruolo attivo nello spazio pubblico (Dounia Bouzar).
A questo proposito è importante ricordare che in epoca coloniale il processo di naturalizzazione che permetteva il passaggio da suddito a cittadino poneva come condizione essenziale l’abbandono dell’Islam. La religione musulmana veniva definita “arcaica”, anche e soprattutto sulla base della condizione della “donna araba”, la cui via verso l’emancipazione poteva essere tracciata solo dalla modernità coloniale. Nel 1958 infatti, molto prima dei burqa afghani e della legge attuale, si mostravano i benefici della “missione civilizzatrice” mettendo in scena cerimonie di “svelamento” di donne algerine, al grido di “Viva l’Algeria francese!” (Todd Shepard). Allora come oggi, femministe europee benintenzionate si prodigavano per migliorare la condizione della donna indigena.
Oggi come allora, la messa al bando del velo ha riscosso ampi consensi tra le femministe francesi. Eppure una simile
sorellanza acritica ripropone un modello emancipatorio che prescinde totalmente dalla
agency di coloro che si cerca di liberare
loro malgrado, fregiandosi del titolo di paladine dei diritti delle donne delle periferie. (Nacira Guénif-Souilamas). Come non ripensare agli “svelamenti” di donne algerine, nel momento in cui ancora una volta le ragazze francesi velate sono descritte come oppresse, alienate, imprigionate nella tradizione, in definitiva
non contemporanee alle loro coetanee occidentali? (Nilüfer Göle) Al momento dell’ultimo rientro scolastico, in settembre, le ragazze che si sono presentate a scuola velate sono state collocate tutte insieme in aule separate dal resto della scuola. Una volta isolate in queste aule sono stati loro concessi 15 giorni per
scegliere tra modernità (togliersi il velo per poter rientrare in classe) o espulsione.
Neutralità dello spazio scolastico, si è detto. La laicità scolastica prescritta dalle leggi del 1905/7 aveva sempre riguardato locali, insegnanti, contenuto dell’insegnamento, e mai gli allievi o le allieve. (Bertrand Ogilvie) Ora che l’assenza di velo è richiesta prima ancora di entrare in classe, è evidente che i marchi di neutralità dello spazio scolastico non hanno nulla di neutro, e definiscono in anticipo la giusta neutralità, la neutralità accettata (Étienne Balibar). La legge del 15 marzo 2004, nata in un contesto storico e politico specifico, apre la via ad altre ridefinizioni dello spazio pubblico e delle neutralità possibili. Neanche un anno dopo, la legge del 23 febbraio 2005 stabilisce che i programmi scolastici e universitari “
riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese oltre mare, specialmente in Africa del Nord, e attribuiscono alla storia e ai sacrifici dei combattenti dell’esercito francese di quei territori il posto eminente a cui hanno diritto”.
Il legame tra una legge che vieta di portare il velo a scuola e un’altra che prescrive l’apologia della colonizzazione nei programmi scolastici è evidente. La scuola torna ad essere al centro di una costruzione nazionale pericolosamente particolare e particolaristica, che si maschera ancora una volta di universalismo.